PSICOLOGIA – VIVER SANI

A Natale s’indulge ancora di più al consumismo?
E’ ormai una costante, quella della corsa ai regali e a preparare una grande tavola bene imbandita. Vorrei però distinguere il termine abbondanza dal concetto di consumismo.
Il termine abbondanza ha un significato beneaugurante, che ha lo scopo di celebrare una giornata speciale con qualcosa che va fuori dall’ordinario, mentre consumismo vuol dire il consumo per il consumo, l’abbondanza gratuita, l’ostentazione. E’ come riempire il nostro vuoto interiore con qualcosa di materiale per colmarlo. Si tratta anche di soddisfare il nostro continuo bisogno di possedere, perché non amiamo più le cose semplici. La verità è che ormai il consumismo, il desiderio del superfluo sta invadendo anche le famiglie a più basso reddito e ciascuno cerca di soddisfare i suoi desideri riempiendo i carrelli al supermercato. E’ un rito quasi, una scommessa a chi riempie di più. Mangiare significa soltanto riempirsi la pancia ingordamente.
Comprare non è un’emozione, tutto è legato alla carta moneta che si ha in tasca. Più ne hai e più cose puoi comprare, anche le più costose. Non esiste più l’emozione di preparare tutto in casa: la pasta, il pane, i dolci, la verdura dell’orto, la gallina allevata, le uova fresche. Chi è disposto più a consumare una cena a base di patate, come nel dipinto di Van Gogh?
Tutto in serie. E’ la civiltà dei consumi che ci ha abituato a mascherare dietro la soddisfazione materiale i nostri bisogni spirituali, che vengono soffocati dagli istinti e dalle cose materiali. Siamo stati abituati a diventare dei perfetti consumatori. Anche il cibo è diventato uno status-symbol, esattamente come il cellulare, il capo griffato. Il guaio è che all’indomani della festa, ci sentiamo svuotati, come se ci mancasse qualcosa di fondamentale, d’importante. Ci scopriamo soggetti che sentono un bisogno spasmodico di quantità per coprire una mancanza di qualità. Siamo sospinti verso forme di edonismo frivolo e superficiale, ci circondiamo di cose futili, inutili.
Possiamo avere, ma siamo felici?
Prevale nella nostra società un io inautentico, che ci fa sentire sempre più disadattati, insoddisfatti, malgrado riusciamo a soddisfare moltissimi bisogni materiali. Non ci divertiamo quasi più, il nostro riso è una smorfia, mentre crescono le possibilità di divertirci. Persino i bambini non gustano più la scoperta e la sorpresa del regalo, essendone sommersi. Prevale una società omologata, globalizzata, di fronte alla quale la nostra identità viene costruita e influenzata dall’esterno.
E’ in questi momenti di gran festa che bisogna riscoprire il gusto delle cose semplici, imparando a decodificare i nostri atteggiamenti, le nostre abitudini, i nostri comportamenti.
Per invertire la tendenza bisogna cominciare da noi a rimodellare il nostro modo di essere in relazione all’altro, facendo prevalere le ragioni della mente e anche del cuore. Così operando potremo riacquistare fiducia in noi stessi e nella società, stabilire una nuova stagione d’impegno ideale, sconfiggere il vuoto e il disorientamento, ed evitare il ripiegamento in noi stessi.
Non appare facile realizzare ciò, mentre la società è in corsa sfrenata, contraddistinta dalla legge ferrea del Mercato, che sta diventando per gli esseri umani sempre più un dio onnipotente, introiettato nel nostro io. Eppure dobbiamo cominciare…
Auguri a tutti e buona meditazione
Frate Amelio